In viaggio da soli (non si è mai soli)

Qualche settimana fa ho fatto colazione in un caffè di Bali con Erich, un pensionato italo-svizzero. Si è seduto al mio tavolo e dopo avermi chiesto da dove venivo in inglese, ha fatto un sorriso e abbiamo iniziato a chiacchierare in italiano. Dopo un’ora eravamo ancora lì a raccontarcela. Alle Fiji ho conosciuto Jackie, insegnante di yoga con cui abbiamo condiviso lunghe passeggiate sulla spiaggia e racconti sulle nostre vite. Al momento della mia partenza, l’emozione in un abbraccio ha confermato il legame che si era creato. Poi c’è stata Alice, fantastica francese 24enne, in viaggio da 15 mesi, con cui abbiamo condiviso le immersioni e tante serate sulla spiaggia a Lembongan. E Nicola, compagno di avventure neozelandesi, Luca e Giò, amici fidati e vicini di casa a Sydney e Chris, Daniela, Lidia, Ian, Cas, Blandine, Mathieu. E tanti altri.

Non smette di stupirmi la quantità di persone di ogni età che viaggiano da sole per il mondo e di quanto sia facile non solo fare amicizia ma a volte creare dei veri e propri, profondi, anche se temporanei, legami. Che non vuol dire scambiarsi i contatti o promettersi di rivedersi ma semplicemente dare e ricevere qualcosa di non banale da qualcuno di quasi completamente sconosciuto. Un’amicizia che può durare qualche giorno o anche solo qualche ora ma che riesce a tirare fuori da noi pensieri e riflessioni che raramente faremmo con un amico o un conoscente. Certo, occorre incontrare le persone giuste, quelle a noi affini, che viaggiano sulle stesse lunghezze d’onda. Non accade spesso, ma quando accade è qualcosa di magico. Magico perchè in pochissimo tempo non ci si sente più soli (non nel senso di solitudine, ma di unicità) ma anzi si incontra qualcuno che è un po’ come noi.

E’ una bella sensazione che contiene al suo interno un piccolo dolore, perchè che duri 1 ora o 10 giorni, sarà comunque destinata a finire. Ma il bello è che ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora. Tutte persone, emozioni, scoperte che poi viaggeranno con noi nel tempo a venire. A volte la vicinanza con alcuni è stata talmente forte che il distacco mi ha portato una grande tristezza. Ma contemporaneamente non c’era l’esigenza di restare in contatto o di rivedersi. E’ come se ci fosse la consapevolezza che quel momento fosse unico e che la relazione avesse senso di esistere solo qui ed ora. E più è ricca e intensa di scambi e di confronti, più è dolorosa da interrompere.

Poi però la malinconia sbiadisce, portata via dal vento su un traghetto o dal traffico di una strada o dai mille pensieri e progetti che sempre ci accompagnano negli spostamenti tra una meta e l’altra. In un attimo siamo di nuovo soli, tutto sulle nostre spalle, tutto concentrato su noi stessi, assaporando ancora una volta la libertà della strada. Fino al prossimo incontro.

Bali – Gili Islands

Gili è il paradiso tropicale di spiagge bianche e mare trasparente che finalmente ti aspetti di trovare a Bali, anche se le Isole Gili in realtà fanno parte della vicina Lombok. Ci si arriva con un’ora e mezza di motoscafo da Padangbai, sulla costa orientale di Bali.
L’isola più grande è Terawangan, detta anche Gili T o party island. La striscia di costa est è costellata di bungalow, guest house, resort, ogni tipo di accomodation dal super lusso alla capanna e di posti in cui mangiare e bere. Ogni sera c’è una festa in qualche locale (tutti rigorosamente all’aperto e fronte spiaggia) con musica dal vivo e happy hour. Ci sono ristoranti locali, italiani, francesi, hamburger, pesce, pizza. La caratteristica di tutti è l’ambiente: super rilassato, comodo, illuminato da torce o candele, spesso con grandi cuscinoni posati su stuoie per terra. Ma il massimo per l’aperitivo o per il pranzo sono le tipiche palafitte sulla spiaggia su cui si sta rigorosamente mezzi sdraiati, tipo triclinii romani, sorseggiando una birra ghiacciata o un bel frullato di ananas.

Così è la vita a Gili…tra snorkeling con le tartarughe che nuotano proprio lì di fronte, una passeggiata intorno all’isola (poco più di 1 ora per girarla tutta), un bel bagno nell’acqua a 28° e l’imperdibile tramonto alle 18, unico vero appuntamento della giornata. Non ci sono veicoli a motore, solo bici e carretti trainati da muli, c’è un’unica strada (di sabbia) che gira intono all’isola e un paio che la attraversano, non illuminate, l’acqua insieme a qualsiasi altra cosa, viene importata. Non ci sono cani perchè dargli da bere sarebbe troppo costoso e perchè si mangiano le galline; in compenso è pieno di gatti magrissimi.
In questo periodo siamo ancora in bassa stagione, spesso nel pomeriggio piove, a volte solo per qualche minuto e sull’isola c’è pochissima gente; anche su party island regna comunque la tranquillità, i ristoranti sono semi vuoti.
Su Gili, in questo periodo si può davvero sperimentare l’isolamento nel vero senso della parola e godersi un ambiente estremamente piacevole, un bel clima, del buon cibo, ottime accomodation, splendido mare, il tutto spendendo 15€ a notte per una camera. Un prezzo ragionevole per un piccolo angolo di paradiso.

STAY AT: Gili T: Balenta Bungalow
Posizione abbastanza centrale, fronte spiaggia, bei bungalow a forma di A, acqua dolce nella doccia, aria condizionata
Gili Meno: Balenta Bungalow
Più spartano di quello di Gili T ma la posizione è fantastica a pochi metri dalla spiaggia, dall’altra parte dell’isola rispetto all’approdo e ai locali
Gili Air: Island View
Bellissimi bungalow in un giardino di palme, posizione e spiaggia isolate e tranquille
TIPS: Imperdibili i succhi di frutti fresca e gli ananas spelati al momento sulla spiaggia
TO DO: Il tramonto al Karma Kayak su Gili T, un cocktail da Scalliwags a Meno

Bali – Ubud

Ubud è un posto strano, strano e bello. Così pieno di contraddizioni che anche quando ti sembra di averlo finalmente capito, capita qualcosa che ti disorienta di nuovo. In realtà è molto facile da girare perchè il centro è composto da quattro vie. Poi all’interno di esse si snodano vicoletti e veri e propri sentieri tra i campi di riso che collegano le strade. Il traffico non è caotico come a Kuta, ma piuttosto ordinato, le strade sono pulite e curate e a parte le continue offerte di taxi (transport, transport!) e massaggi (massas, massas!), i venditori non sono asfissianti.
La maggior parte delle case segue la tipica conformazione a tempio, con tante stanze separate che in realtà sono piccole casette e al centro il tempietto di famiglia vero e proprio. Intorno giardini lussureggianti pieni di frangipani e altre alberi fioriti e statue delle divinità induiste, con l’immancabile cestino-offerta ai suoi piedi.
Ubud è al centro dell’isola, alle pendici delle montagne e l’aria fresca scende la sera in paese, rendendo inutile l’aria condizionata. La brezza del vulcano si mischia agli stecchi di incenso che bruciano di continuo, per strada, nelle case, davanti alla mia camera. Le donne sono sempre indaffarate a produrre questi cestini, spesso aiutate dai bambini, che contengono fiori, riso, pezzi di frutta, caramelle, qualche moneta e l’incenso acceso. Tutto per tenere a bada i demoni.
Accanto a questa cultura e tradizione, vive e prospera a Ubud tutto un mondo e una cultura occidentale fatta di splendidi caffè, accoglienti ristoranti, sale yoga, SPA, luxury resort, negozi di alimentari bio, supermercati. Anche Starbucks qui ha dovuto rinunciare al suo logo di plastica, per una bella scritta in legno. Pressochè tutti i caffè hanno connessione wi-fi gratis così pure molte guest-house. Per la strada si vedono quasi più occidentali che non balinesi. Famiglie con bambini, expat, turisti. Nessun luogo come Ubud a Bali ha risentito dell’influsso occidentale, e secondo me, in senso positivo. Il mix di cultura del benessere (le SPA) e di ricerca interiore (yoga e spiritualità) portato dall’occidente si è fuso con l’ospitalità balinese e le bellezze naturali del posto, dando vita a un luogo unico in cui non ci si sente più appartenenti nè all’uno nè all’altro.

Alcuni dicono che questa non sia più la vera Bali e magari si spingono nei remoti villaggi della parte ovest dell’isola a cercare qualcosa di più genuino e originale. Io credo invece che è proprio questa mescolanza che ha creato l’originalità di questo posto e come dice un grande viaggiatore come Claude Lèvi-Strauss: “Rimpiangere la presunta purezza del passato ci rende soltanto incapaci di comprendere la dinamica del presente”. Quindi apprezzo i bellissimi caffè che servono ottimi pancake e la connessione wi-fi, o i negozi con l’aria condizionata al posto delle bancarelle sulla strada e le sale yoga nel mezzo delle risaie e le Spa con ogni comfort. Poi basta uscire un po’ dalla città per ritrovarsi in piena giungla, con una vegetazione fitta di palme da cocco e banani che contornano i campi di riso di un verde brillante in cui uomini magrissimi spingono gli aratri trainati dalle mucche, esattamente come cento anni fa.

STAY AT: Gayatri 2, Beji Lane
Bella guest house in posizione comodissima, una vietta laterale di Monkey Forest, di fronte al campo di calcio, con piscina e camere grandi. Chiedete una delle stanze al primo o secondo piano che sono molto fresche.

 

TO DO: Provare quanti più caffè possibile. E almeno una Spa. Eccone una selezione:

Tutmak
Jalan Dewi Sita
Posto carino, bella la terrazza e buon caffè. Però niente di speciale da segnalare, non emana vibrazioni particolari ed è abbastanza rumoroso. Fanno un buon espresso, quello sì.

Seniman Coffee Studio
Jalan Sri Wedari
Cafè minimal, legno style con postazioni in una piacevole terrazza che dà sulla strada. All’interno grandi tavoloni per socializzare col vicino. Perfetto per usare il computer, c’è il wi-fi e un sacco di prese di corrente (anche in terrazza!). Specializzato nel caffè, viene servito in uno strano modo, dentro un vasetto ermetico per tenerlo al caldo. Consiglio il french toast, davvero buono, con gelato di vaniglia e una crema calda di fragole.

Soma
Jalan Dewi Sita
Piccolo, con i cuscinoni ma comodo, wi-fi e prese per il laptop disponibili. E’ tutto alternativo, specializzato in frullati, centrifugati e “row food”. La chocolate cake è ottima. Fanno anche take-away e vendono olii e altre robe bio. Frequentato da fanatici dello yoga, uomini magrissimi con i capelli grigi e la coda di cavallo, ragazze shabby-chic rigorosamente vestite con abiti finto-locali e orecchino al naso, donne stagionate in cerca di un brasiliano.

Art Kafè
Jalan Monkey Forest
Tutto in legno sulle tonalità del bianco, il piccolo giardino sul retro del locale è un gioiellino: lontano dalla strada, pochi tavolini tutti diversi, serve buonissime insalate di frutta fresca, yogurt e miele. Perfetto rifugio per un momento di chill-out mentre si cammina nella trafficata Monkey Forest road. Dal giardino parte un sentiero tra i campi di riso. Free wi-fi.

Bali Buddha
Jalan Jembawan
E’ un’istituzione a Ubud, frequentatissimo da expats e molto, molto radical-chic al punto che non offrono nemmeno il wi-fi. Però il posto è bello, al piano di sopra, tutto dipinto di lilla, tanti tavoli in legno in veranda e qualche cuscinone all’ammezzato. Qui è tutto bio-row-energetic ecc.. Anche i neonati e infanti vari sono ben accetti, c’è il seggiolone e una zona con dei giochi dove pascolarli. E’ un po’ come il Soma, però con la puzza sotto il naso, come fossimo nel Marais. SI mangia bene e sono tutte cose autoprodotte, infatti al piano terra c’è il negozio di alimentari in cui la panetteria è uno spettacolo di banana bread, muffin e filoni di pane di tutti i tipi. All’esterno, bacheca con annunci di affitti, vendita, yoga, ecc. Ah, è di fronte al negozio di Wayan, quello di “Eat, Pray&Love”. Ma Wayan ormai ha fatto i soldi…non aspettatevi di essere ricevuti come Julia Roberts.

Beji Ayu Spa
Monkey Forest Road, Beji Lane
Posto carino e buon rapporto qualità/prezzo. Le stanze dei massaggi sono ampie, ventilate, il lettino ha il buco per la testa, c’è la musica leggera in sottofondo e la doccia direttamente in stanza. Ho fatto il Body Scrub al Caffè ed è bellissimo, prima un massaggio corpo con l’olio e poi passano il caffè su tutta la pelle. Dopo la doccia, una bella spalmata di yogurt e carota tritata. Costo, 7€.

Bali – Lembongan

Arrivare a Lembongan è molto facile, è una piccola isoletta a 25km dalla costa est di Bali, ci si imbarca su un motoscafo a Sanur e in 20 minuti si arriva. Anche qui, come nel mondo occidentale, i trasporti si dividono in pubblici e privati. Di solito le barche pubbliche sono più lente, fanno più scali, sono meno sicure e costano circa dieci volte meno. Per andare a Lembongan in realtà non c’è molta differenza però, visto che il tragitto è davvero breve. Per comodità prendo comunque una barca privata e il servizio è perfetto, organizzatissimo, puntuale, veloce, compreso il trasporto di me e il mio zaino in motorino dalla spiaggia al mio hotel e costa solo 10€ in più rispetto a quello pubblico. Gli sbarchi in queste isole, così come alle Gili, sono sempre piedi in acqua ovvero si salta giù dalla prua del motoscafo direttamente sulla riva e i bagagli vengono lanciati di mano in mano finchè atterrano (quasi sempre) sani e salvi sulla sabbia.
Ho prenotato la mia accomodation col cellulare mentre aspettavo all’imbarco e si è rivelata una buona idea. Nel resort che ho scelto ci sono solo due bungalow, bellissimi, in stile balinese moderno con la classica forma ad “A”, tutto in legno e pietra. Il posto è anche un centro diving e così decido di utilizzare finalmente il mio brevetto PADI e il giorno seguente faccio due splendide immersioni.
A fare diving con me c’è Alice, una ragazza francese di 24 anni che viaggia da 15 mesi e sta prendendo il brevetto Dive Master, Michelle, taiwanese che ha mollato l’azienda di famiglia per girare il Sud Est e Ryan, americano di Washington DC che ha vissuto in Cina gli ultimi 5 anni e ora prima di tornare in Us si è preso qualche mese di viaggio.
Passo 4 o 5 giorni sull’isola, girando in bicicletta, ma l’attrattiva principale è il mare con i suoi fondali. Le spiagge non sono niente di particolare, quasi tutte circondate dalla barriera è difficile farci il bagno per via degli scogli o delle forti correnti. Ancora una volta mi scontro con il mito della Bali paradiso balneare, che ormai credo esista solo nelle guide turistiche e in pochi metri quadrati di Nusa Dua, l’isola-resort in cui ci sono solo super alberghi e balinesi in divisa da camerieri.
Tuttavia Lembongan è molto rilassata, ci sono dei bei locali sulla spiaggia e si mangia molto bene spendendo un paio di euro. E’ il posto ideale per le immersioni o per rinchiudersi in un bel resort (con piscina).

STAY AT: Blue Corner Dive, bellissimi bungalow, bravi istruttori di Sub, ottimo il bar per una birra al tramonto
TIPS: Dreambeach è la spiaggia più bella dell’isola, ma vale la pena pagare i 4€ di ingresso all’hotel che sta dietro e usufruire della spettacolare infinite pool
TO DO: Diving

Bali – Bukit

Allontanadomi in fretta da Kuta, raggiungo in taxi la penisola del Bukit, nella parte sud-orientale dell’isola. Tutta la costa ovest è famosissima per i suoi spot magnifici e le onde perfette, nomi come Padang-Padang, Dreamland, Balangan sono le spiagge regno dei surfisti. Qui il surf è una religione quasi al pari di quella induista e nonostante le belle sabbie bianche la maggior parte della gente preferisce stare sulla tavola. Il surf qui è completamente diverso da quello che si fa in Australia. Innanzitutto il mare è quasi sempre calmo e le onde perfettamente disegnate si formano ogni 3 o 4 minuti sul bordo del reef. E’ più semplice, perchè non si viene sballotati qua e là mentre si cerca di arrivare al break, ma anzi si pagaia con le mani su una superficie piatta.
Surf a parte, le spiagge sono abbastanza belle, pulite, sabbiose e sopra di esse c’è una scogliera a picco su cui stanno abbarbicate tutte le case e gli hotel, collegati tra loro da ripidissime scalette di pietra. A Bingin, dove sono io, gli hotel sono guest-house, tipo i nostri bed&breakfast, case gestite dai locali con 3 o 4 stanze solitamente molto belle, costruite in legno e bamboo intrecciato con grandi verande con una spettacolare vista sul mare. In questo periodo è bassa stagione ed è perfetto perchè oltre al clima caldo ma non troppo, i prezzi bassi e la poca gente, non è nemmeno necessario prenotare. La mia camera è molto bella nella sua semplicità di bamboo e dal letto vedo il mare. Il terrazzo è un posto perfetto per fare yoga al mattino e per scrivere alla sera, con la brezza che viene dal mare e i geki che crocchiano.

Dopo 5 giorni di pace e bellezza, mi sposto a Balangan, che dovrebbe essere la spiaggia più bella di tutta la penisola, ma resto molto delusa. La spiaggia è abbastanza sporca, il mare non è di un colore invogliante e tutte le sistemazioni sulla spiaggia sono di bassissimo livello. Scelgo quella che sembra meno topaia, una camera con letto e ventilatore, costa 4 € a notte.
Mentre sono in spiaggia a leggere, arriva un gruppo di 30 o 40 balinesi tutti vestiti di bianco con tamburi, incensi e armamentari vari. Si piazzano proprio davanti a me, di fronte a riva, mettono a terra delle grandi tovaglie e sopra dispongono i tipici cestini quadrati delle offerte. Fanno un gran baccano, trafficano, spostano i lettini, fanno spostare la gente, prendono le cose personali e le mettono chissà dove. Alla fine spunta una donna anziana che tiene in mano una foto di un uomo; intuisco che dev’essere un funerale. Tutti si siedono, il celebrante fa il suo rito, suona un campanellino, accende incensi, sparge acqua. Nessuno sembra particolarmente commosso o triste o interessato. I bambini intorno giocano e urlano. Ad un certo punto si alzano, prendono una specie di fagotto (con le ceneri del morto?) e buttano tutto quanto in mare. L’acqua si riempie di rifiuti, cestini di bambù, ombrellini di legno, riso, sacchetti di plastica.
Il mio umore, già basso, si inabissa ancora di più. Avevo deciso di passare qui qualche giorno, ma alla sera ho già cambiato idea. Un po’ mi spiace perchè so che si tratta più di una mia reazione al confronto con il posto di prima, che di un giudizio sul posto in sè. Ma tent’è, scelgo di andarmene. No good vibes in Balangan.

STAY AT: A Bingin Beach: Sticky Place, camera doppia a 16€. Dal parcheggio con l’asta a pagamento seguite il sentiero che scende in spiaggia e ad un certo punto prendete il primo che devia a sinistra. Superato il cane al guinzaglio e il busto di Ganesh, è lì. Se non lo trovate chiedete in giro, si conoscono tutti. Chiedete la camera “front”
TIPS: Per mangiare scendete sulla spiaggia al Kelly’s Warung, bel posto per rilassarsi sui divani e bere uno “special” (frullatone di banana, cannella e chilly)
TO DO: Surf!

Bali – Kuta

L’arrivo a Bali è sempre frastornante. Ti accoglie la periferia di Kuta con la sua aria umida e il rumore del traffico e già vorresti scappare. L’aereo ha fatto ritardo, qui è già buio da un pezzo e se c’è una cosa che non mi piace è arrivare in un posto che non sia casa, col buio. Ma lo avevo previsto, quindi ad attendermi c’è un omino col cartello e il mio nome sopra che mi porta ad un hotel a Kuta in cui sono già stata: camere grandi, bel giardino e piscina, un po’ defilato dalla spiaggia e dai locali. Ora per me che ho il fuso delle Fiji, sono già le 3 del mattino. Accendo l’aria condizionata e, finalmente dopo tanto tempo, dormo in una camera tutta per me.
Al mattino mi aspetta una bella colazione con pancake sulla terrazza del locale per surfisti che sta sopra l’hotel e poi contratto con il tassista per farmi portare a visitare il Purah Tanah Lot, il tempio sul mare, secondo tutte le guide imperdibile. Ovviamente bisognerebbe andarci al tramonto, ma l’idea di trovarmi intruppata con diecimila turisti non mi attrae. Dopo un’ora di auto e traffico, arrivo al Tempio e rimango abbastanza delusa: non è affatto spettacolare, è su uno scoglio quindi non è visitabile ed è pure quasi interamente ricostruito. La visita potrebbe concludersi in 10 minuti, ma la tiro lunga e dopo 45 minuti torno al mio taxi, decidendo che per me i templi di Bali iniziano e finiscono qui.
Al pomeriggio faccio un salto nella famosa Kuta Beach, paradiso del surf, dove un paio di anni fa feci la mia prima lezione! Mi ricordavo che non fosse niente di che la spiaggia, ma tornandoci mi rendo conto che è davvero brutta. La sabbia è scura, l’acqua è torbida e quasi marrone. Mi sforzo di passeggiarci un po’ ma dopo mezz’ora ne ho più che abbastanza. L’unica attrattiva sono le evoluzioni dei surfisti. Allora vado un po’ a zonzo nei vicoletti vicino al mio hotel, pieni di negozi che vendono l’impossibile e warung, ovvero piccoli e semplici ristorantini. Mi chiedo come facciano a sopravvivere con così tanta concorrenza. Per strada è tutto un gran casino, macchine e scooter ovunque, clacson, gente che urla da un marciapiede all’altro, musica che esce da qualche locale. Ha il suo fascino, sì, ma per non più di un paio di giorni, poi si diventa matti.
Ho un po’ di fame e scelgo un warung carino con i tavoli sotto una veranda, mangio un gado-gado abbondante e bevo una Bintang, il tutto per 2,75€. Ahhh adesso mi sento veramente a Bali! Per adeguarmi all’ambiente mi fermo in un negozio a comprarmi un vestito arioso e leggero che i 30 gradi qui si sentono tutti e la maglietta si appiccica addosso. Anche se non mi piace, ho imparato a contrattare: la regola numero uno è entrare con già in mente il prezzo che si vuol spendere. Partiamo da 200 e alla fine lo prendo a 80 (il mio prezzo era 70) circa 6€. Non male per il primo acquisto. Non come la prima volta due anni fa, quando pagai una follia un pareo e la ragazzina che mi aveva fregato alla grande, si girò verso il padre facendo vedere i soldi e sghignazzando senza neppure aspettare che me ne andassi…
Comunque, al di là del caos, del traffico, dello stordimento delle labirintiche strade, Bali ha sempre il suo fascino. Si entra davvero in un altro mondo, fatto di modernità con connessioni wi-fi gratis ovunque e supermercati pieni di ogni cosa a semplicità della vita, bassi costi, ritmi lenti, strani e pervasivi rituali religiosi. Nonostante i clacson impazziti, si respira relax, calma, scorrere lento della vita e poche preoccupazioni. O magari sono io che lo percepisco così.

STAY AT: Un’s Hotel, camere un po’ stile casa della nonna, ma grandi e con aria condizionata e zanzariere immerse in un bellissimo giardino con piscina centrale
TIPS: Un warung vale l’altro, si mangia bene e si spende poco. Di solito i piatti sono grandi, è sufficiente ordinarne solo uno. La colazione al Balcony è ottima
DA FARE: provare a surfare a Kuta Beach, per dire “l’ho fatto”, ma poi andarsene subito.

Fiji

Le Fiji sono esattamente come te le aspetti. Una manciata di isolotti montagnosi e verdissimi lanciati come sassi nel blu dell’oceano con tutto il corredo del paradiso: acqua cristallina a 28°, laguna blu, barriera corallina, vento caldo, palme e spiagge bianche piene di conchiglie. Il posto che ho scelto poi, non potrebbe essere più bello e isolato dal mondo: il Blue Lagoon è l’ultimo resort sull’ultima isola del gruppo delle Yasawa, a 4 ore di barca da Nadi e 20 minuti di idrovolante. Il resort è piccolo ma davvero bello e curato, tutte strutture in legno, fronte spiaggia, il ristorante con il pavimento di sabbia. I bungalow vanno da molto semplici con giusto il letto a vere e proprie ville. Io però sto nel dorm, otto comodi letti e l’aria condizionata. Fuori, sparse qua e là decine di amache e pouff su cui stendersi a dormire o leggere. I pasti sono tutti inclusi e sono deliziosi. E poi un cocco aperto sulla spiaggia e mangiato fresco ha tutt’un altro sapore.

L’atmosfera del resort poi è davvero piacevole, è completamente gestito da fijiani, donne e uomini si dividono i compiti equamente, non c’è distinzione di sesso tra le mansioni da svolgere come accade spesso in altri posti o nei paesi musulmani dove le donne non possono lavorare. Qui sembra di stare in famiglia (e in effetti tra il personale ci siano parecchi nuclei familiari) tutti sono gentili e amichevoli senza finzione o servilismo. Il tramonto è il momento migliore: gli anziani si siedono in cerchio davanti al mare, sotto le palme e con chitarre e ukulele danno inizio alla cerimonia della kava. Tutti hanno un fiore dietro l’orecchio, il pareo e una bella camicia sgargiante e cantano queste canzoni dolcissime con un ritmo lento e ipnotico mentre passano di mano in mano questa sbrodaglia che sembra fango (e sa di fango). Queste canzoni hanno un effetto incredibilmente rilassante: qualunque cosa tu voglia fare, dal momento in cui senti la musica, non puoi più farlo: puoi solo lasciarti andare su un pouff o sdraiarti su un lettino e guardare il mare.
I fijiani fanno questa cerimonia della kava un po’ per tutto, per celebrare occasioni importanti ma anche solo per stare in compagnia. Strizzano la radice dell’albero del pepe nell’acqua e la bevono prima di mangiare; ha vagamente poteri antinfiammatori e antisettici (lascia la lingua insensibile per qualche minuto) e, dicono allucinogeni. Ma per me è molto più allucinogena una birra. I fijiani sono simpatici, molto espansivi e sorridenti, sempre interessati a sapere la tua storia, dove vai da dove vieni, se ti è piaciuta la cena oppure ti dicono orgogliosi che i peperoni vengono dal loro orto. Gli anziani giocano a pallavolo come dei ragazzini, rotolandosi per terra e ridendo con le loro bocche sdentate quando qualcuno sbaglia. In uno dei momenti di tregua del ciclone sono andata a vedere il loro villaggio, si trova a mezz’ora di cammino a piedi dal resort. Sono rimasta colpita, mi aspettavo povertà e semplicità ma non così. Vivono in case alcune di mattoni, altre di legno con tetti di lamiera o di paglia. All’interno c’è un’unica stanza divisa da tende; non ci sono tavoli o sedie, siedono per terra sulle stuoie. Hanno elettricità e acqua corrente solo per 3 ore alla sera. Quasi tutti lavorano nei due resort vicini, gli altri coltivano patate, l’unica cosa che cresce sull’isola, oltre al cocco.
Non hanno niente, in pratica, se non la splendida natura in cui vivono.
Ho fatto amicizia con Jackie, l’insegnante di yoga e massaggiatrice. Franco canadese, ha trovato questo lavoro per caso, era qua in vacanza, in pensione dopo aver ceduto i suoi 2 studi di fisioterapia e massaggi e ha visto l’annuncio di ricerca in bacheca. Ora passa 6 mesi qua sull’isola e gli altri 6 in Canada. Le chiedo com’è stare in un posto così piccolo per tanti mesi e lei mi risponde tranquilla: bellissimo. Dopo dieci giorni qui e nessuna voglia di andarmene, non faccio fatica a crederle.

STAY AT: Blue Lagoon.
TIPS: L’Octopus è altrettanto bello ma a causa della marea non si può fare il bagno prima delle 15.
TO DO: nessuna delle attività proposte. Spiaggia e mare sono già il massimo. Se volete deprimervi (o mettere a tacere la vostra coscienza occidentale e consumista) andate a visitare il villaggio.

Magic Bus

L’ho usato per girare la Nuova Zelanda e mi sono trovata bene.

COS’E’

E’ un pullman di quelli grossi, da 60 persone, solitamente comodo e panoramico che fa il giro delle due isole della Nz a tappe. E’ ottimo per chi viaggia da solo: è abbastanza piccolo per poter fare amicizia (non è mai interamente pieno) e abbastanza grande per starsene per i fatti propri, volendo. Le persone salgono e scendono quindi si cambia sia autista che compagni di viaggio. E’ ottimo anche se si è in coppia o in gruppo e non si ha voglia di guidare a sinistra (barbari!)

PERCHE’

Le bellezze della Nuova Zelanda sono i paesaggi, le montagne, i laghi alpini, le passeggiate, i fiordi, le coste. Per raggiungere tutti questi posti è necessaria l’auto, altrimenti si raggiungono solo le città principali e poi bisogna trovare continuamente mezzi che colleghino i centri abitati con i posti da vedere ma è un’impresa ardua e non sempre possibile. Quindi o si noleggia un’auto o un camper o si prende un pullman come il Magic.

COSA NON E’

Non è un viaggio organizzato, di organizzato non c’è niente, è tutto fai da te, tranne le eventuali escursioni extra che propongono di volta in volta. Non è la gita scolastica, l’età media è sui 25-35, con punte più sui 50 che sui 20.

DOVE VA

Copre tutte le destinazioni principali della Nuova Zelanda, sia le città che che i parchi, sia l’interno che la costa. Oltre al circuito classico si possono fare estensioni a piacere verso le località più remote. Non va sul ferry tra Wellyngton e Picton, ma carica e scarica agli imbarchi.

COME FUNZIONA

Per prima cosa si va sul sito e si sceglie l’itinerario preferito a seconda dei giorni che si hanno a disposizione e di quello che si vuole fare/vedere. Si compra il pacchetto online e poi si riceve in email un PNR e un PIN che servono per entrare nella propria aerea personale in cui si trovano tutti i segmenti del viaggio acquistati.

Ora arriva la parte complicata. Bisogna decidere quanto tempo fermarsi in ogni tappa controllando sulla tabella delle partenze se quel giorno c’è la partenza desiderata. Ad esempio se voglio fare il trekking sul ghiacciaio mi serviranno almeno due notti, ma secondo la tabella devo fermarmi per 3 notte perchè il bus non passa prima.

Io consiglio di leggersi il libretto con la spiegazione delle tappe e farsi un’idea di cosa vedere e buttare giù un itinerario di massima, con le coincidenze da prendere, che potrete cambiare o confermare successivamente. L’importante è prenotare la tappa del bus almeno 24 ore prima, altrimenti il posto non viene assicurato (ho visto più gente lasciata a terra la mattina per non aver prenotato!).

Funziona? Beh sì! Gli orari sono rispettati, le tappe precise e l’autista fa anche un po’ da guida e dà spiegazioni qua e là sui posti che si attraversano.

DORMIRE

Una volta fatto questo, bisogna pensare all’accomodation. Si può dormire dove si vuole, non è previsto (ancora) nessun sistema integrato di prenotazione via website, ma vengono sempre consigliati almeno 2 o 3 ostelli, da prenotare autonomamente. Il bus scarica e carica davanti all’ostello scelto.

MANGIARE

Non è previsto nessun pasto ma sono previste fermate per la colazione e il pranzo vicino a bar e ristoranti.

PERCHE’ SI’

E’ comodo, flessibile, un po’ organizzato ma non troppo, si può conoscere facilmente gente di ogni parte del mondo, si può interrompere e riprendere da dove si vuole, si può rifare più volte, dura un anno, è economico. Per tutto il giro (nord+sud) ho pagato 300€. Sul bus c’è mezz’ora di wi-fi gratis al giorno.

PERCHE NO

L’unico lato veramente negativo è la continua e costante diffusione di musica sul bus, a partire dalle 8 del mattino. Portate auricolari in ear o tappi per le orecchie.

Il competitor di Magic Bus è Kiwi Experience e spessissimo i bus si incrociano sulla stessa rotta. I prezzi si equivalgono e da quel che ho visto l’unica differenza è l’età dei partecipanti (molto più teen il Kiwi, un po’ più agèe il Magic). Mi han parlato bene anche del Naked Bus che è ancora più economico, qui trovate il racconto di Giulia che l’ha usato.

Auckland

La sorella brutta di Sydney. Si vede, si percepisce subito se si è stati a Sydney, la similiratà tra le due città. La bella baia, il porto con i moli per i ferry, i grattacieli del cbd a ridosso del wharf. Persino la torre rotante e il ponte di ferro. E’ tutto un “wannabe”, un vorrei ma non posso. Ci ho passato solo due giorni ma non credo che starci più tempo mi avrebbe permesso di cambiare idea. La mattina ho preso il ferry per visitare l’isola-vulcano Rangitoto che è un’escursione interessante: l’isola è il classico cono vulcanico (l’ultimo che ha eruttato ad Auckland) ricoperto di zolle di lava nera e tipica vegetazione post-eruzione.

Una piacevole camminata di un paio d’ore porta alla cima da cui si può vedere bene il bacino circolare e si ha una bella vista sulla città e la baia. A parte questo non ho trovato nient’altro da segnalare, la via principale di Auckland (Elisabeth St) è un susseguirsi di locali, negozi e ristoranti per lo più cinesi e orientali. Si ha veramente la sensazione negativa che la città stia subendo un’invasione dall’Oriente, perdendo la sua essenza kiwi, se mai ce l’ha avuta. Alcuni quartieri come quello fronte porto sono tipicamente occidentali e piacevoli con bar, bei negozi, begli appartamenti, ma è come se fossero piccole enclave di resistenza occidentale. I palazzi che dovrebbero essere storici come quelli governativi, il municipio e l’università sono semplicemente brutti. L’unica cosa bella ed affascinante è stato vedere ormeggiate in porto le barche usate dal team New Zealand per le recenti sfide in Coppa America: enormi scafi nero e argento, leggeri e filanti.

CONCLUSIONE DEL VIAGGIO
Lascio così senza troppa tristezza la Nuova Zelanda, anche perchè la prossima destinazione è molto allettante sia per la bellezza dei posti che per il clima, finalmente caldo. In totale sono stata 30 giorni in NZ e probabilmente sono troppi. Non per quello che c’è da vedere, anzi, per quello ce ne vorrebbero altrettanti, ma perchè spesso i paesaggi, pur nella loro bellezza, sono ripetitivi. E così si finisce per non riuscire più ad apprezzare l’ennesimo splendido lago alpino, l’ennesimo ghiacciaio, montagna, vulcano, collina. Al massimo farei tre settimane e solo una delle due isole, riservando il resto ad un’altra occasione. O anche no.

SPESE
30gg Vitto e alloggio (ostello e pasti economici): 1.300 NZ$ (813€) Trasporti: Magic Bus 485 NZ$ (303€)
Attività (ghiacciaio, Milford Sound, kayak, delfini, geyser, rugby, gondola): 648 NZ$ (405€)
Totale speso: 2.433 NZ$ (1.521€) Media giornaliera: 81 NZ$ (50€)

Rotorua

Tanto per cambiare, arriviamo con la pioggia. Ma non appena il bus si ferma in riva al lago quello che ci colpisce di più di questa cittadina di vacanza è l’odore pesante di zolfo. Ne è completamente pervasa e gli unici posti in cui non si sente sono i luoghi chiusi in cui c’è l’aria condizionata. Per il resto, bisogna solo abituarsi a respirare costantemente il tipico odore di uovo marcio. La puzza è data dalle numerose solfatare sparse per tutto questo territorio e infatti la zona è piena di Spa che sfruttano le polle sorgive di acqua calda. Ci sono anche diversi parchi geotermici ma senza allontanarsi dal paese e senza pagare nessun biglietto, è possibile fare una bella passeggiata partendo dal villaggio Maori di fronte al lago in cui si possono vedere un sacco di polle d’acqua gorgoglianti direttamente nei giardini delle abitazioni, anzi quasi ogni casa ha il suo piccolo gayser con tanto di sbuffo di vapore. L’acqua che ne esce è bollente ma non resisto a metterci un dito perchè è troppo particolare trovare delle sorgenti così a cielo aperto.

Continuando verso il parco si arriva a zone con pozze molto più estese e quelle più spettacolari sono quelle con il fango: tanti pop esplodono qua e là gettando spruzzi fangosi tutto intorno. Qua l’odore di zolfo è ancora più forte.

Il giorno dopo scelgo di visitare il geyser più famoso che fanno eruttare una volta al giorno. Dico fanno perchè per emettere la colonna di vapore lo stimolano gettando nel cono pezzi di sapone e infatti prima esce della schiuma e poi il getto vero e proprio. Non è particolarmente emozionante a dire il vero e sembra molt finto, anche il cono intorno è stato costruito. Quel che invece mi ha emozionato molto è stata la visita al Parco Geotermico di Way-O-Tapu. Seguendo un percorso tra sentieri e passerelle si passa da una pozza all’altra con colori delle rocce e dell’acqua che vanno dal giallo intenso al verde pistacchio, all’arancio, al blu cobalto.
Il lago centrale è davvero spettacolare, di un verde-blu intenso con i lati arancioni e la nebbia che si alza tutta intorno con le persone che ci camminano in mezzo sembrando spettri. Sarei stata lì delle ore a fare foto. Il parco è abbastanza grande e le cose da vedere affascinanti, peccato che tutti i tour che arrivano qua concedano solo poco più di un’ora e mezza per visitarlo. La cosa migliore è sicuramente venirci con mezzi propri.

STAY AT: YHA Rotorua
TIPS: ottimo caffè, lunch Lime Cafeteria, 1096 Whakaue St
DA VEDERE: Visitare almeno uno dei Parchi geotermici